Premio alla carriera 2026

Il Premio alla carriera 2026 sarà attribuito a Giulio Ferroni durante la cerimonia di Premiazione della undicesima edizione del Premio Pagliarani, che si svolgerà il 25 maggio alle ore 18, nella Sala Cinema del Palazzo Esposizioni di Roma.

A Giulio Ferroni sarà consegnata in dono un'opera artistica di Marzia Migliora.
 



Per restare umani

Premio nazionale Elio Pagliarani, undicesima edizione
Motivazione del Premio alla Carriera a Giulio Ferroni

Consegnato il 25 maggio 2026 a Roma, Palazzo delle Esposizioni

Dopo quelli che di Elio Pagliarani sono stati i compagni di strada più fedeli, il compianto Walter Pedullà e Luigi Ballerini (il quale però si sa come da sempre affianchi la poesia in proprio al racconto di quella altrui), Giulio Ferroni è il terzo critico al quale la Presidente del Premio, Cetta Petrollo Pagliarani, ha voluto conferire il riconoscimento alla carriera che, come ormai da undici anni, consiste dell’opera di un artista visivo del nostro tempo. Non si tratta solo di riconoscere come quello che è il nostro maggior storico della letteratura abbia saputo leggere l’opera di Elio sul trasparente della tradizione letteraria più illustre. Questa di un critico è o dovrebbe essere, più che la vocazione, la missione – per usare una formula religiosa argutamente secolarizzata, a suo tempo, da Edoardo Sanguineti – di tutti i giorni. Anche se sappiamo quanto di rado questa missione venga svolta oggi, al tempo della vera e propria dittatura del presente, e dunque del consumo istantaneo, nella bolla nevrotica dei sedicenti social, di qualsiasi prodotto culturale – o che tale si pretenda.

La sintonia più specifica riguarda in effetti un’altra vocazione che, nella vita intellettuale ed emotiva di Ferroni prima che nella sua opera critica, ha preso sempre più spazio negli ultimi decenni; e che è ben testimoniata dal suo ultimo libro, il giustamente celebrato Natura vicina e lontana (ma, credo di poter anticipare, sarà al centro anche del prossimo). Sin dal libro di svolta di Giulio – quel Dopo la fine che nel 1996 riuscì non meno che decisivo, per la generazione degli allora giovani suoi discepoli – si faceva strada nel suo lavoro, infatti, la considerazione sempre più pressante di come, fra le realtà che toccava contemplare da una prospettiva “postuma” – come la definiva lui –, andasse annoverata, ormai, anche la Natura: almeno se intesa nella sua accezione di eredità romantica, di incontaminato ricettacolo dei donativi di una trascendenza data a sua volta, alla nostra altezza, ampiamente per estinta.

Non solo Ferroni ha saputo raccontare mirabilmente come gli autori della nostra tradizione recente, da Pasolini a Ortese passando per Calvino e Volponi, siano stati i primi a denunciare in tempi non sospetti – ciascuno coi suoi strumenti cognitivi e retorici – lo scempio causato da quello che Andrea Zanzotto ha definito il «progresso scorsoio» di una modernità sempre più incosciente di sé medesima. Ma ha associato a questa sua competenza ex professo, diciamo, una considerazione di ben più vasta portata civile e concettuale: sulle non meno che ridicole magnifiche sorti di un «assoluto digitale», come quello oggi imperante, al tempo stesso spettrale e ontologizzante; e sull’urgenza, di contro, di un «umanesimo ambientale» che restituisca alla nostra specie le sue responsabilità storiche, contro le derive di un antispecismo fondamentalista, idealizzante e appunto deresponsabilizzante – senza certo pretendere di restaurare un antistorico antropocentrismo sul quale, già duecento anni fa, il Leopardi delle Operette morali aveva messo una pietra tombale definitiva.

Ed è questo, mi pare, il punto di più peculiare contatto con l’opera tarda del nostro poeta. Non è un caso che Ferroni abbia voluto accompagnare, alla sua uscita dopo epocale gestazione, nel 1995, La ballata di Rudi. Quello cioè che, riletto oggi, ci appare davvero il poema profetico della mutazione italiana, incentrato com’è su un’espressione prima negata, poi affermata, infine assunta con trascendentale preterizione: «Ma dobbiamo continuare / come se / non avesse senso pensare / che s’appassisca il mare». La Ballata si dirama a partire da quella riviera romagnola dalla quale com’è noto Elio proveniva, e che da un pezzo gli appariva epitome di un’Italia scomparsa, anzi sottratta («come se gli avessero tolto una sedia di sotto il sedere», ha scritto una volta). Tanto più significativo che una tale sensibilità la albergasse un letterato, qual era il Nostro classe 1927, formatosi al tempo della più spavalda modernizzazione industriale: che ne ha saputo decifrare per tempo, però, l’inherent vice di uno «sviluppo» capitalistico meramente addizionale e accelerazionista – quello cioè che, al giorno d’oggi, mostra senza più pudori la sua faccia più truce. A dispetto di tutto, insomma, anche quello di Pagliarani era un umanesimo ambientale: di una portata che non ci può lasciare indifferenti.

L’artista che il Premio a lui intitolato associa al nostro Premiato, Marzia Migliora, non è solo un’eccellenza riconosciuta nell’ambito di quella generazione che si definisce in mid-career, ma a sua volta è pienamente partecipe di una sensibilità sempre più diffusa, fra gli artisti del nostro tempo, che lei definisce «multispecie» e che si propone di «indagare le relazioni esistenti tra ambiente ed esseri umani». L’opera per la quale assai la ringraziamo, che viene consegnata oggi a Giulio Ferroni, fa parte di un ciclo al quale nel 2020 Migliora ha dato un titolo letterario, Germinal, ricordando il romanzo omonimo di Émile Zola (a sua volta celebrando il settimo mese del calendario della Rivoluzione francese, dal 21 marzo al 19 aprile). Sacchi di farina e sementi selezionate dalla Casa delle Agricolture di Castiglione d’Otranto, e poi ancora t shirts serigrafate e ricamate contenute in buste sul quale l’artista ha eseguito disegni e frottages, si sono tutti ispirati – al culmine del confinamento da Covid 19 – a sei disegni di Migliora, uno per ogni giornata lavorativa, nei quali – la cito – «la pratica artistica e quella agricola vengono accostate e lette come essenziali alla nostra vita: l’una come nutrimento della mente, l’altra del corpo».

Sappiamo come quello del lavoro sia forse il tema centrale dei «romanzi in versi» di Pagliarani. Con Germinal Marzia Migliora ha voluto interpretare a sua volta il lavoro umano – «l’agricoltura come bene comune» – ma anche il lavoro, quotidiano e millenario, della natura che riproduce incessabilmente sé stessa. Così inserendo anche il proprio lavoro, d’artista, in un ciclo che trascende le intenzioni del singolo interprete in un destino che è quello della specie di cui, volenti o nolenti, facciamo parte tutti. E che dovrà infine accettare la propria appartenenza a una sfera più vasta. Lo stesso predicava Giulio Ferroni quando già in Dopo la fine, trent’anni fa, si batteva «contro la “separatezza”» della letteratura, insistendo sul «legame inevitabile» tra il suo destino e il «destino del mondo». Perché il «mondo» – dovremmo saperlo bene – siamo anche noi che il mondo, ogni giorno, contribuiamo a leggere e scrivere e disegnare.

Andrea Cortellessa


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